Mese: Aprile 2019

Attacco al terzo settore?

Segnatevi questa parola: aporofobia. «È una parola greca, vuol dire disprezzo del povero» spiega Stefano Zamagni, una vita spesa nello studio, nel racconto e nella testimonianza dell’economia civile. Un pezzo di storia del mondo del non profit, del Terzo settore e della cooperazione che guarda all’attuale fase storica, in Italia e non solo, con gli occhi dell’accademico e del nonno, oltreché del cattolico da sempre impegnato nella società civile.

«Non si era mai visto un conflitto del genere, si tratta di una novità ignota alle epoche precedenti» ammette quando gli si chiede conto della stagione che stiamo attraversando, dell’odio riversato sugli ultimi e della palese insofferenza nei confronti di chi, dal basso, prova a trovare soluzioni a misura d’uomo alla povertà, alle migrazioni, alla domanda di futuro dei più fragili.

«Attenzione, l’aporofobia non è un sentimento che nasce, come accadeva una volta, ai piani alti della società. Non siamo di fronte allo scontro classico tra chi sta molto bene e chi sta male. La guerra sociale oggi è stata scatenata dai penultimi nei confronti degli ultimi, perché le élite e i ricchi non hanno nulla da temere dalle politiche redistributive di cui parlano i governi. Da noi, in Italia e nell’Occidente, semmai è la classe media ad essere tornata indietro».

Per Zamagni, il disegno che sta prendendo forma è chiaro: è quello di una società civile che si vuole sempre più schiacciata tra le forze dello Stato e del mercato, nel nostro Paese, «è l’obiettivo non dichiarato di mettere sotto tutela gli enti del terzo settore», in termini sia di fondi da utilizzare (sempre di meno) che di progetti da realizzare. «Per questo – spiega – è necessario che i cattolici, a cui è legato in termini ideali il 70% delle organizzazioni attualmente presenti nella società civile e nel volontariato, non si tirino più indietro, si assumano le loro responsabilità e comincino a fare massa critica per poter incidere sulle scelte che davvero contano».

Ecco l’intervista (ndr).

Professor Zamagni, il mondo della solidarietà in Italia è sotto schiaffo. Perché?
Perché è diventato scomodo. Finché metteva delle pezze a un sistema che tutto sommato funzionava, andava benissimo e non dava fastidio a nessuno. Poi abbiamo assistito a una crescita endogena fortissima, dal basso, che ha dimostrato come a parità di risorse, questo settore possa moltiplicare ricchezza e capitale umano. A partire dagli anni Sessanta, questo mondo ha mostrato capacità di volare. È stato allora che il mondo della politica ha avuto paura.

Non è prima un problema culturale, piuttosto che politico?
Certo. Il popolo italiano è sempre stato conosciuto nel mondo per la sua capacità di entrare in sintonia con il prossimo, per la sua com-passione nei confronti degli ultimi. Ora invece si stanno diffondendo disprezzo e derisione: quando questo si insinua anche nelle scuole, poi ci vuole tanto tempo per correggere atteggiamenti sbagliati.

Quali sono gli aspetti di questa deriva che più la preoccupano?
Si sta togliendo l’erba sotto i piedi a un intero mondo, senza avere il coraggio di metterlo al bando. Ai tempi del fascismo, il problema non esisteva perché il terzo settore non c’era… ma si bruciavano lo stesso le sedi di chi era scomodo… Ora però non possiamo commettere l’errore storico di stare alla finestra e non denunciare quanto sta succedendo. Sarebbe come commettere un peccato di omissione. Concretamente: abbiamo assistito al balletto di inizio anno sull’Ires per il non profit, siamo ancora in attesa di una dozzina di decreti attuativi sulla riforma del terzo settore, il cui Consiglio nazionale è stato convocato per la prima volta settimana scorsa dal giugno 2018, quando per legge dovrebbe essere convocato invece ogni tre mesi. Di fatto, i fondi pubblici per il sociale vengono sottratti al terzo settore per essere poi reindirizzati allo Stato, mentre tra i provvedimenti che aspetta il mondo della cooperazione ci sono importanti strumenti di finanza sociale, dalle obbligazioni ai prestiti. È tutto fermo.

Forse negli anni è mancata un po’ di autocritica da parte del terzo settore, che ha peccato di autoreferenzialità e non ha saputo individuare per tempo casi di malagestione.
Proprio questo è il problema. Servirebbe un Civil Compact in sede europea, un progetto sull’economia civile che guardi ai prossimi decenni, mettendo alla berlina chi ha sbagliato in questi anni. Da quando è nata un’intellighenzia del terzo settore, ripeto, la classe dirigente ha avuto paura che le si potesse sottrarre potere progressivamente. Il punto è che, essendosi spostato il conflitto tra classi sociali, il modello di ordine del passato non può più durare a lungo e le forze politiche attuali non sanno indicare la strada per trovare nuovi equilibri. Non abbiamo gli attrezzi giusti per affrontare questa nuova fase storica.

Come cambiare marcia, uscendo dalla sindrome possibile di una nuova “riserva indiana”?
La strategia non deve essere riformista, perché le riforme hanno il respiro corto. I cattolici ascoltino papa Francesco: serve una trasformazione complessiva del sistema, bisogna cambiarne le fondamenta e l’impianto. L’associazionismo non può fare solo diagnosi, servono terapie. Di più: il frazionismo fa male, soprattutto adesso che è evidente la strategia portata avanti per diminuire la presenza dei cattolici nel terzo settore e non solo.

Sta dicendo che, per superare la stagione del rancore e dell’offensiva contro le realtà che fanno solidarietà concreta, occorre rilanciare l’impegno diretto in politica dei cattolici?
Certo. Oggi come non mai servono i De Gasperi, non i politicanti. Occorrono nuove forze politiche e il mondo cattolico ha tutto il potenziale necessario per realizzare la trasformazione epocale evocata da Francesco. La strategia della polverizzazione e della diaspora ha fatto dei cattolici come delle reclute di questo o quel gruppo. È giunta l’ora di creare al contrario massa critica, per essere finalmente incisivi. Uno spostamento degli equilibri potrebbe avere effetti benefici anche sul terzo settore messo oggi alla berlina: se a questo mondo si togliessero i pesi che si stanno mettendo ora, si attuerebbe davvero il principio di sussidiarietà.

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[a cura di Diego Motta da Avvenire 27 aprile 2019 Intervista. Zamagni: «Il Terzo settore è sotto attacco, un conflitto mai visto»]

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Guerra alla Solidarietà?

Ci pare molto importante riportare in questa sede informazioni, notizie e circostanze strettamente legate alla nostra comunità di riferimento oppure legate alla nostra associazione e alle sue attività e vicissitudini.

Ma ci pare molto importante anche proporre riflessioni culturali, proposte innovative e pezzi critici per esempio sul tema della povertà, dell’aiuto, del volontariato o del cosiddetto terzo settore.

Il tutto con lo scopo di stimolare e far riflettere.

Ecco allora che, in tempi tutt’altro che facili, vogliamo proporre dei contributi di tutto rilievo come il presente che è stato scritto dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio il 27 aprile scorso.

A seguire, in altro pezzo, l’intervento-intervista di Diego Motta di Avvenire a Stefano Zamagni.

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In Italia la guerra contro le reti di solidarietà, grandi o piccole che siano, è sempre più aspra e aggressiva. Lo stiamo documentando da giorni: le parole di (falso) ordine e i marchi di scherno confezionati dal cattivismo“social” e di governo si traducono in concreti atti di ostilità e in scelte (o deliberate non-scelte) politiche e amministrative. Nel mirino ci sono tutti coloro che si occupano di poveri, bambini soli, disabili, carcerati, stranieri (non turisti, ovvio, ma rifugiati e richiedenti asilo). Le mense e gli ostelli della Caritas e degli altri accoglienti diventano la «mangiatoia», le Case famiglia sono liquidate come «business», sul rilancio delle misure alternative al carcere e di recupero dei detenuti viene messa una pietra sopra, chi fa cooperazione sociale è denigrato come affarista e persino malavitoso, le organizzazioni umanitarie (le famose Ong…) sono trattate da nemici del genere umano e dell’ordine pubblico… Se il grido di battaglia del salvinismo è – copyright del sito Il populista – «libera la bestia che è in te», non ci sono molti dubbi sulla “preda” designata.

Emerge una strategia precisa. Leggete l’intervista a Stefano Zamagni, maestro con le maniche perennemente rimboccate di «economia civile», che accompagna le due pagine in cui oggi mettiamo in fila i fronti d’attacco che sono stati aperti uno dopo l’altro e ne capirete un po’ meglio la portata. Impossibile non allarmarsi. La guerra alla solidarietà è guerra vera, e fa esplodere un enorme paradosso, visto che viene condotta proprio al tempo del Reddito di cittadinanza. Con una mano il governo giallo-verde dà, con l’altra toglie. Si prepara a distribuire soldi sacrosanti – anche se a debito – come erogazione statale ai cittadini più indigenti, ma contemporaneamente percuote e tenta di sgretolare le reti di solidarietà che la società civile distende e lo Stato sinora (bene o male, comunque con assai meno spese di quelle proprie di una gestione statalista) ha utilizzato, sostenuto o, semplicemente, non ostacolato.

Zamagni riassume questo paradosso con la parola aporofobia, ovvero il duro e concreto disprezzo del povero e di chi del povero si occupa senza avere i galloni del funzionario pubblico. Io lo chiamo il paradosso dello Stato asociale, perché è frutto della degenerazione non collaborativa dello Stato sociale, di quel Welfare che per essere sostenibile non può che essere collaborativo. Deve cioè fissare “dall’alto” obiettivi e standard minimi e, poi, sia fare la propria parte sia valorizzare le energie e iniziative “dal basso”. Deve, insomma, saper tenere insieme la leva statale e quella sociale, garantita da organizzazioni motivate e trasparenti, secondo una idea piena di “pubblico servizio” alle persone e alla comunità, e soprattutto a chi non ce la fa e rischia di restare indietro, solo, spinto ai margini. Lo Stato asociale, invece, non vuole nessuno a fianco. È già accaduto nella nostra storia italiana ed europea, a est come a ovest. E a quelli lì è andata molto male. La solidarietà può essere umiliata e azzannata, ma non può essere smontata del tutto. Rinasce, ricomincia. Dite pure ogni male, provate a farlo se ne avete il potere, ma prima o poi (meglio prima che poi) la gente apre gli occhi e alza la testa. E il bene vince.

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[da Avvenire, editoriale di Marco Tarquinio 27 aprile 2019 –  È guerra vera ma perderanno. La strategia contro le reti di solidarietà]

5 x Mille contingentato?

Il tema del 5 x 1000 è sempre più centrale. Ma vi sono ombre e luci su cui è opportuno sostare un momento. Lo facciamo con Sara de Carli del Comitato editoriale di Vita.it.

Era un sospetto: possibile che la somma del contributo per gli ammessi e per gli esclusi faccia esattamente 500 milioni? Adesso c’è la conferma dell’Agenzia delle Entrate: nel 2017 gli italiani hanno destinato al non profit una cifra maggiore di quella stanziata a copertura del 5 per mille e di conseguenza è stato ricalcolato l’importo del contributo di ogni singolo ente. L’Agenzia delle Entrate conferma. Il 5 per mille nel 2017 ha superato il tetto dei 500 milioni di euro stanziati come copertura e di conseguenza è stato necessario riparametrare i contributi destinati ai singoli enti, in modo da restare sotto i 500 milioni. Cifre non ne escono, ma la conferma c’è. 

Il quesito di Vita.it all’Agenzia delle Entrate viene dall’osservazione delle liste del 5 per mille 2017 pubblicate lo scorso 26 marzo dall’Agenzia delle Entrate stessa, che riferivano di un 5 per mille in crescita e giunto ormai a 495.841.714,55 euro destinati agli ammessi. Una cifra vicinissima alla soglia dei 500 milioni stanziati a copertura dal 2015 in poi, quando il 5 per mille venne stabilizzato e liberato dalla necessità di “strappare” ogni anno risorse ad hoc. 

Ma è stata Giulia Frangione, CEO di Italia non Profit, a mettere in luce sempre su Vita.it come la cifra destinata agli enti ammessi sommata a quella destinata agli enti esclusi facesse – elenchi dell’Agenzia alla mano – esattamente 500 milioni di euro, tondi tondi, spaccati al centesimo. Una coincidenza? O il segno che i contribuenti italiani nel 2017 hanno destinato agli enti che svolgono attività socialmente rilevanti una cifra superiore ai 500 milioni di euro della copertura e che di conseguenza le cifre riportate negli elenchi non corrispondono a quanto esattamente attribuito dai contribuenti ma a un ricalcolo fatto dall’Agenzia delle Entrate per stare sotto i 500 milioni? La seconda, oggi possiamo dirlo con certezza.

Il 5 per mille torna così, con l’edizione 2017, ad avere un tetto. Quanto manchi rispetto al contributo che in realtà gli italiani avevano destinato al non profit, al momento non siamo in grado di quantificarlo. Quel che è certo è che fin dalla prossima legge di Bilancio sarà necessario aumentare le risorse per la copertura del 5 per mille, visto che lo strumento ha già superato la soglia dei 500 milioni e di fatto continua a crescere fin da quando è nato.

Il Governo pare esserne consapevole, dal momento che già qualche giorno fa il sottosegretario Claudio Durigon, con delega al Terzo settore, ci aveva risposto che «verosimilmente con la prossima edizione sarà necessario reperire ulteriori coperture rispetto ai 500 milioni previsti attualmente, in quanto, a partire dalla messa in funzione del Registro unico nazionale del Terzo settore, nella categoria degli enti del volontariato dovrebbero rientrare tutti gli enti del Terzo settore (e non più, come prima previsto, solo Onlus, enti del volontariato e associazioni di promozione sociale). Sul punto è in fase di ultimazione il DPCM che potrebbe fornire maggiori precisazioni sulla platea dei beneficiari e sui criteri di assegnazione». Negli anni fra il 2010 e il 2013, lo Stato aveva trattenuto complessivamente 310 milioni di euro del 5 per mille, a causa del tetto. «E’ una buona notizia che la propensione all’utilizzo del 5 per mille degli italiani sia cresciuta. Occorre mettersi al lavoro da subito per adeguare le risorse a copertura del 5 per mille. Si tratta di scelte di fiscalità volontaria ed è quindi necessario mettersi nelle condizioni di rispettare la volontà dei contribuenti che con queste scelte di “solidarietà fiscale” intendono sostenere specifiche iniziative nella propria comunità», commenta Claudia Fiaschi, portavoce del Forum del Terzo settore.

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Prossimità

Nel nostro sito è presente un paragrafo – in cosa facciamo – dedicato alle nostre attività, indicate come servizi di prossimità.

Che cosa intendiamo?

Un servizio di prossimità si contraddistingue per essere una relazione di vicinanza e di aiuto, di ascolto e di accompagnamento, caratterizzata da flessibilità e spesso senza il riconoscimento istituzionale ad opera dell’ente pubblico.

A titolo meramente esemplificativo potrebbero essere servizi di prossimità:

‒ servizi agli anziani e alle persone con disabilità (trasporto, consegna di spesa/farmaci, ricerca badanti, esperienze di cohousing intergenerazionale, creazione di orti sociali, ecc.);

‒ servizi per persone svantaggiate (inserimento in attività non strutturate di riabilitazione sociale, aiuti alimentari, unità mobili, ecc.);

‒ servizi ai minori (creazione di spazi condivisi per l’aggregazione in aree/territori con forte disagio sociale, attività di doposcuola, insegnamento lingua italiana agli immigrati, aiuto nello studio per alunni in difficoltà socio-economica, progetti finalizzati all’educazione ambientale e alimentare, sostegno alla partecipazione ad attività sportive e sociali, ecc.);

‒ promozione di pratiche di sharing e organizzazione di servizi comuni per ridurre gli sprechi e le spese a carico di persone in difficoltà sociale ed economica;

‒ organizzazione della banca del tempo e promozione di pratiche di solidarietà in aree comunitarie, condominiali o condivise.

Si tratta di servizi in genere resi senza inserimento in regime di convenzionamento con l’ente pubblico e spesso addirittura senza essere dallo stesso riconosciuti.

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Sondaggio tra gli Associati

Nell’assemblea ordinaria del 5 marzo scorso abbiamo dato conto, come promesso, di un sondaggio tra associati e simpatizzanti, anonimo, realizzato nel 2018 al fine di raccogliere proposte, idee e pareri.

Un sondaggio non è la “verità” assoluta, ma può essere un aiuto specialmente in una situazione generale in continuo mutamento.

Abbiamo utilizzato la forma telematica più semplice coinvolgendo circa 150 soggetti.

I riscontri attendibili sono stati 50. Circa il 30%.

Quindi pensiamo che un terzo degli intervistati, appartenenti all’area della nostra associazione, possano dare valide indicazioni e suggerimenti. Inoltre crediamo che questi 50 siano in realtà le persone che più si avvicinano alle nostre attività con passione, interesse e desiderio di essere incisivi. E quindi meritevoli di attenzione.

Siamo stati soddisfatti della risposta complessiva e di quanto fattoci presente.

Ecco di seguito le risultanze.

ALCUNE RISPOSTE

  • 48 persone trovano utile l’associazione e ne conoscono l’attività
  • 35 riescono a seguirne le attività
  • 12 vorrebbero partecipare più attivamente
  • 10 sono interessati a progettare insieme
  • 5 sarebbero disponibili a condurre l’associazione del futuro

ALCUNI ORIENTAMENTI PREVALENTI

  • 29 suggeriscono impegno civico
  • 23          ”                   cultura
  • 22          ”                   giustizia sociale
  • 18          ”                   nuove dipendenze
  • 14          ”                   nuovi modelli famigliari
  • 14          ”                   passeggiate

CON QUALI INIZIATIVE

  • Percorsi formativi con esperti              29
  • Testimonianze                                              29
  • Conferenze                                                     24
  • Dibattiti                                                             15
  • Cineforum                                                        10

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Sei anni di Ascolto vero

… e non solo ascolto

Quando si gestisce un centro di ascolto, come per qualsiasi altra attività, è bene cercare di capirne l’efficacia, nel nostro caso l’impatto sociale.

Questo processo è di molto migliorato da quando abbiamo aggiunto, giocoforza, all’attività di primo ascolto e di ascolto avanzato anche un’attività diversificata, ma robusta di accompagnamento delle persone.

E’ stata un’attività che si è intensificata con la piena operatività presso il centro civico di quartiere (rustico Pettinà) e presso i siti della distribuzione alimenti (sotto chiesa S. Cuore), nonché con le forti e conseguenti collaborazioni instaurate nell’azione di rete, in particolare, con Conferenza San Vincenzo, Consiglio di quartiere Stadio-Poleo.Aste-San Martino, varie Unità Pastorali di Schio, Caritas Vicenza (di cui siamo ufficialmente “associazione in rete”), gli assistenti sociali del Comune di Schio, l’Ass. Schio C’è e il CSV Vicenza.

Come avvenga il processo e se proseguirà anche in futuro con le attuali modalità crediamo vada approfondito in altra sede.

Ci sembra, invece, interessante evidenziare, anche sinteticamente, quanto realizzato in termini impatto sociale dalla nascita del centro, avvenuta nel dicembre 2012.

Innanzitutto lo spazio di ascolto dedicato limitatamente al primo ascolto e, tenendo conto solamente dei servizi di presidio svolti in ex-canonica a Poleo e al rustico Pettinà, in questi 6 anni ha superato le 1000 ore.

I bisogni espressi, volendo toccare le questioni cruciali, hanno riguardato: aspetti economici e finanziari, salute, famiglia, lutto, relazioni, personalità e lavoro.

Dall’inizio del servizio sono state incontrate nella fase del primo ascolto 211 persone (dati 30.9.2018).

I sentieri percorsi si possono ricondurre a:

  • aiuto relazionale/esistenziale                           70
  • sostegno economico                                               53
  • orientamento al lavoro                                           37
  • orientamento al volontariato                             20
  • sinergie e rete verso gruppi                                13
  • lavoro di gruppo o di comunità                            9
  • orientamento alla progettualità                         7
  • accompagnamento specifico                               2

Non vanno sottaciuti, ad integrazione, i sentieri relativi a percorsi di autoaiuto avanzato, anche con ricorso a counselling individuale, di coppia o di gruppo, che hanno visto l’incontro continuativo di 41 persone, 5 coppie e 4 gruppi.

Vanno evidenziate, infine, la nascita di un nuovo “gruppo esperienziale”, costituitosi in seguito alla seconda edizione di un corso di formazione per la cittadinanza promosso dal nostro centro. Persone coinvolte 16, di cui 10 partecipano stabilmente sotto la guida di una facilitatrice; e la sperimentazione di nuove modalità di aiuto che possiamo definire “affiancamento mirato”, che si sono concretizzate tra il 2017 e il 2018, prestando specifica attenzione, morale e materiale, ad almeno 8 situazioni in area critica.

[Rosy Calesella e Rosanna Ceretta, da ColoriAMO insieme, editoriale febbraio 2019]

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Insieme nell’ascolto delle persone

DimmiTiAscolto

Dal febbraio 2017 gestiamo anche un blog sull’Ascolto che si chiama DimmiTiAscolto (https://dimmitiascolto.wordpress.com/).

Come è noto, il blog non vorrebbe essere un semplice contenitore virtuale, ma invece vuole essere una comunità virtuale in cui si pubblicano contenuti e si possono stabilire legami e discussioni. In esso abbiamo pubblicato molti contenuti e sull’Ascolto in particolare oltre 60 articoli. Con questo integriamo quanto già avviene, ed è la parte prevalente e migliore, nella comunità reale che è quella di tutti i giorni, con gioie e sofferenze.

Ma DimmiTiAscolto è anche una visione del Punto d’Incontro San Giorgio, in quanto rivolge l’attenzione alle persone in difficoltà. Dice la stessa denominazione del blog: ”Le persone iniziano a guarire quando si sentono ascoltate”. Così dicendo, il nostro gruppo dichiara di dedicarsi all’ascolto delle persone, non tanto alla diretta risoluzione dei loro problemi specifici, non tanto al diretto soddisfacimento di bisogni materiali, ma a quanto c’è di più caro ossia attenzione alla persona con le sue peculiarità, alle sue sofferenze, titubanze, indecisioni, confusioni, solitudini, emozioni; e anche alle gioie, scelte, prospettive e ai sogni, desideri, progetti.

E DimmiTiAscolto è anche un progetto che era del Punto d’Incontro San Giorgio e che è stato dapprima condiviso con altri gruppi ed è stato fatto proprio da alcuni di essi: per esempio, dal Centro di Ascolto S. Cuore, appartenente all’Unità Pastorale Poleo-S. Cuore- S. Caterina, che, dopo anni di attività, ha deciso di unirsi al Punto d’Incontro San Giorgio, immettendo nuove energie, nuove ricchezze di idee, esperienze e sensibilità.

Si tratta di essere insieme nell’Ascolto delle Persone, pur con esperienze molto diverse, pur con una identificazione specifica e distintiva, ma con una forte consapevolezza: il voler mettere sempre la Persona al centro, uniti nel guardare nella stessa direzione.

Questa impostazione ci ha guidati finora e ci ha portato ad essere in rete con altre realtà sia istituzionali che di volontariato sia civili che religiose. Occorre cercare di credere nel principio che “il segreto è ascoltare perché nessuno lo fa più, e ci sono tante persone che sussurrano aiuto senza essere mai ascoltate”.

[Ivonne Gecchelin e Francesca Maculan, da ColoriAMO insieme, editoriale febbraio 2019]

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Sette anni di 5 x 1000

Come forse si sa, l’importo di competenza dell’anno viene erogato di norma dopo due anni solari.

Quindi per essere puntuali, oggi, parliamo del periodo 2010 – 2016, sette anni appunto.

Ce ne parla uno dei volontari responsabili dell’associazione, con un articolo dedicato, in occasione della condivisione comunitaria del nostro operato.

IL 5 x Mille                                    

Tale misura è definita fiscale perché consente alle persone di destinare una quota dell’IRPEF (pari, appunto, al 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche) a enti che si occupano di attività di interesse sociale, come le associazioni di volontariato e di promozione sociale e le onlus.

Esso rappresenta per i cittadini un modo democratico per sostenere le attività degli enti no profit con la preferenza per l’associazione scelta. I beneficiari a loro volta sono tenuti annualmente a dimostrare l’impiego delle risorse ricevute con apposita rendicontazione.

La nostra onlus, grazie alle scelte dei soci e simpatizzanti (circa 250 preferenze all’anno) percepisce annualmente dal 2013 dall’Agenzia delle Entrate una somma che viene destinata alle attività riguardanti le finalità del gruppo (vedere art. 6 dello statuto in altra pagina).

Gli importi ricevuti sono una risorsa e costituiscono una voce importante del bilancio annuale senza i quali non riusciremmo a sostenere molte attività.

Alla data odierna tali importi assommano complessivamente a € 38.039,86, come di seguito specificato:

anno finanziario importo data introito
1 2010  €                 3.317,03 20/08/2013
2 2011  €                 5.258,00 20/08/2013
3 2012  €                 6.271,58 28/10/2014
4 2013  €                 5.550,14 05/11/2015
5 2014  €                 6.499,82 07/11/2016
6 2015  €                 5.748,51 11/08/2017
7 2016  €                 5.394,78 16/08/2018
Totale  €               38.039,86

L’impiego delle somme percepite (con esclusione di quella pervenuta nel 2018 che è in fase di destinazione) risulta essere la seguente:

impiego delle somme importo
1 sistemazione strutture parrocchiali €            10.875,03
2 aiuti economici a persone in difficoltà €              8.663,07
3 aiuti alle missioni €              4.871,15
4 attività del Punto d’Incontro San Giorgio €               3.662,76
5 contributi ad associazioni e/o a gruppi €               3.216,42
6 funzionamento del GSM San Giorgio €               1.357,65
Totale €             32.646,08

[Gianfranco Brazzale, da ColoriAMO insieme, editoriale febbraio 2019]

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Non ci resta che la comunità

Ancora sui nostri 15 anni di attività.

E’ bene rendere nota l’esistenza della onlus San Giorgio in occasione dei quindici anni della sua fondazione, perché può non essere conosciuta da molti.

La sua presenza ci fa scoprire all’interno delle nostre comunità l’esistenza di un gruppo di volontari che presta attenzione a chi è in difficoltà.  Essa documenta un’umanità parallela che vive vicino a quella che ogni giorno incontriamo e non sospettiamo che possa esserci. Accanto a chi lavora regolarmente, a chi non ha problemi di salute fisica o psicologica, a chi si può permettere di avere una casa, di pagare un affitto, a chi ha facile accesso ai beni di un mondo che, con la globalizzazione, sembra dare benessere a tutti, c’è chi non rientra in queste categorie.

Al massimo sappiamo che povertà ed emarginazione esistono in spazi lontani dal nostro o sono evidenti nelle periferie delle grandi città o proprie di stranieri o di pochi soggetti, afflitti da disagio sociale.

Vi è, purtroppo, anche tra noi una umanità silenziosa, invisibile, fatta di persone che non sbandierano i loro problemi, che per dignità non osano presentarsi agli enti competenti pubblici, se non quando abbiano la percezione di non saper più come uscire dalla prostrazione in cui sono ridotti.

Presi dalle occupazioni di ogni giorno, rivolti, come siamo, ognuno soprattutto al proprio sé, non abbiamo occhi e cuore per accorgerci che questa umanità sfortunata ci sfiora quotidianamente. La comunicazione prevalente, inoltre, dei social non facilita certo la possibilità di vedere l’altro, di allacciare relazioni significative e di aiuto reciproco. L’indifferenza dilagante danneggia i legami sociali, fa perdere il gusto di vivere insieme, tra simili.

L’onlus San Giorgio, nata proprio a Poleo, è una conferma, invece, che lo spirito di solidarietà, tradizionale tra la nostra gente, non è venuto meno. In epoche passate, la marginalità della nostra frazione, oggi quartiere, rispetto al centro cittadino, la vita di contrada hanno fatto sì che ci si aiutasse, che ci si conoscesse, che si condividessero momenti di gioia e di difficoltà. Tanti sono gli esempi, a tal proposito, della nostra memoria collettiva: la costruzione della Chiesa, della scuola materna per aiutare le donne che lavoravano nelle industrie scledensi, l’adesione al movimento di lotta al nazifascismo… i Circoli, l’accoglienza di ebrei, di stranieri. Tutto è stata opera di uomini, donne, cattolici e non che hanno collaborato, tante volte anche senza l’aiuto di autorità o di istituzioni, per rendere la vita di tutti noi di Poleo dignitosa e migliore.

I volontari della associazione che sanno ascoltare, che aiutano chi si rivolge loro, che si mettono a disposizione per fare rete con altri organi competenti di intervento sociale, hanno raccolto questa eredità della comunità. Quando tutto sembra franare, davanti a qualsiasi difficoltà insieme si deve ripartire e agire, oggi più che mai.

Essi, così, trasmettono la speranza che il sogno del mondo si realizzi passo dopo passo, a cominciare dal vicino e dal basso, il sogno di un’umanità chiamata ad amare, ad aiutare, a donare, a condividere, a dare una mano, a comprendere, a ricordare solo il bene.

[Dina Mantoan, da ColoriAMO insieme, editoriale febbraio 2019]

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Dalla parte degli ultimi

Si è soliti dire “dalla parte degli ultimi”.

Schierarsi dalla parte degli ultimi “è cosa buona e giusta” per chi ha coscienza dei valori e dei principi. La cosa sbagliata è che in una società avanzata come la nostra “gli ultimi” non dovrebbero esistere!

Succede per colpa del giudizio che le persone danno, mettendo un’etichetta a tutto e a tutti. Io preferisco mettermi dalla parte delle persone in difficoltà.

Magari con fatica, ma dalle difficoltà si può uscire, mentre risollevarsi dall’ultimo posto, in questo mondo, è molto più difficile!

Perché i primi vogliono restare primi, perché sono più importanti il potere, la vanità, la gloria, la fama e chi più ne ha più ne metta.

È vero, non possiamo essere tutti uguali. Ognuno ha le proprie capacità, le proprie aspirazioni, i propri bisogni, i propri obiettivi. Quello che manca è la possibilità per tutti di poter arrivare a ciò a cui si aspira. Ognuno, poi, ci metterà del proprio e arriverà dove può arrivare. Manca quella cosa chiamata Equità!

Il guaio è che chi sta bene guarda gli altri, metaforicamente parlando, dall’alto verso il basso. E a chi sta in alto, a chi è primo, conviene ci siano “gli ultimi”,  perché altrimenti anche lui dovrebbe scendere di qualche gradino!

Riporto qui tre citazioni, per me, molto significative al riguardo.

“E’ più importante la ridistribuzione delle opportunità che quella dell ricchezza” (A. H. Vanderberg).

“La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga. […] Richiede decisioni, meccanismi e processi volti a una più equa distribuzione delle ricchezze, alla creazione di opportunità di lavoro e a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo” (Messaggio del Santo Padre al Presidente Esecutivo del World Economic Forum in occasione del meeting annuale in Svizzera, 21/01/2014

“Il progresso economico e sociale equo si può ottenere solo congiungendo le capacità scientifiche e tecniche a un impegno di solidarietà costante, accompagnato da una gratuità generosa e disinteressata a tutti i livelli.” (Discorso del Santo Padre in occasione dell’Udienza ai Membri del Consiglio dei Capi Esecutivi per il Coordinamento delle Nazioni Unite, 09/05/2014).

[Annamaria Sudiero da ColoriAMO insieme febbraio 2019]

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