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riassunto di un contributo di Donato Catalano

“CHI È SAZIO NON CREDE CHE POSSA ESISTERE QUALCUNO CHE HA FAME”

Questa semplice ma profonda espressione popolare ci invita a riflettere su una realtà che riguarda non solo il corpo, ma soprattutto il cuore e lo spirito.

Quando si vive in una condizione di benessere – materiale, emotivo, religioso o sociale – è facile dare per scontato che ciò che abbiamo sia la norma per tutti. Si tende a dimenticare che altrove, a pochi metri o a migliaia di chilometri di distanza, ci sono persone che lottano ogni giorno per ciò che a noi appare ovvio: un pasto caldo, un letto pulito, una casa, la possibilità di curarsi, di studiare, di professare la propria religione o semplicemente di essere ascoltati.

La sazietà, in questo senso, diventa simbolo di una condizione che ottunde la sensibilità verso i bisogni altrui e che consente di spiegare certi comportamenti personali e certe scelte sociali deprecabili. Chi è sazio di affetto può non capire la solitudine. Chi è sazio di sicurezza può non cogliere la paura di chi bussa alle nostre porte per sfuggire ad una persecuzione. E chi è sazio di diritti può non vedere l’ingiustizia che colpisce chi non li ha mai avuti.

Questo modo di vivere il benessere crea una barriera invisibile tra le persone: chi sta bene fatica a immaginare che qualcuno possa soffrire in silenzio, nella stanza accanto o dall’altra parte del mondo.

E quando non si crede più nella sofferenza e nei bisogni altrui, si smette anche di agire per alleviarli.

La Parola di Dio ci mette in guardia da questa tentazione in molti passi. Pensiamo ad esempio alla parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31): il ricco banchettava ogni giorno, vestiva di porpora, viveva nella sazietà e nell’indifferenza. Non maltrattava Lazzaro, non lo scacciava… semplicemente non lo vedeva. Era troppo preso dal suo benessere per accorgersi di quel povero alla sua porta e dei suoi bisogni.

Questa è la tragedia della sazietà: non il possesso delle cose o del benessere in sé, ma la cecità spirituale che spesso ne deriva. Quando il nostro cuore è pieno solo di noi stessi, non resta spazio né per l’altro, né per Dio. Eppure, Cristo si fa presente nel volto di ogni affamato, di ogni assetato, di ogni escluso.

Nel Vangelo di Matteo, Gesù è chiaro:

“Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere…” (Mt 25,35).
Questo non è solo un invito alla carità materiale, ma una chiamata a una vita orientata all’Altro, vissuta esercitando la capacità di vedere e di sentire la fame di chi ci circonda non solo di pane e di cose materiali, ma anche di giustizia, di amore, di ascolto, di istruzione, di lavoro… e di dignità.

Il cristiano autentico non può permettersi di vivere con lo sguardo rivolto solo al proprio piatto ed al proprio benessere, deve avere occhi aperti sul mondo, orecchie attente all’altro e cuore compassionevole verso tutti. Come Gesù, che “vide la folla e ne ebbe compassione” (Mc 6,34), noi cristiani siamo chiamati ad avere uno sguardo misericordioso, che indirizzi al nostro cuore la percezione dei bisogni altrui.

Nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv 6,1-15), Gesù coinvolge i discepoli: “Date loro voi stessi da mangiare.” Con i loro pochi pani e pesci, messi a disposizione con fiducia, Gesù nutre la folla. Per Lui tutti possiamo e dobbiamo dare un contributo alla costruzione di un mondo nuovo, perché nessuno è tanto povero da non poter condividere qualcosa con gli altri.

Oggi, in un mondo segnato da enormi squilibri, dove c’è ancora chi spreca e chi muore di fame, dove si costruiscono più muri che ponti, si pensa a forgiare nuove spade più che nuove falci, siamo chiamati come comunità cristiana ad avere maggiore consapevolezza dei tanti tipi di fame che abitano le nostre città, ad uscire dalla nostra sazietà per incontrare l’Altro, per ascoltarlo e per alleviare le sue necessità…

Ma da dove bisogna cominciare? A quale tipo di fame dobbiamo dare la priorità?

Come dice la Parola, la priorità di ogni cristiano è quella di sfamare la fame che il mondo ha di Dio.

26Gesù rispose loro: “In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”. 28Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. 29Gesù rispose loro: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”.(GV 6,26-29)

Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. 34Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! (GV 6,33-35)

Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.(GV 6,53-58)

“Prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede…” (Lc 22,19).

Il cristiano deve riempirsi di Dio per donarlo agli altri, deve mettere a Sua disposizione il poco di cui dispone per diventare egli stesso pane per chi ha fame. Sarà lo Spirito Santo poi a orientare e ad accompagnare l’azione di ciascuno, ad indicare come, dove ed a chi va distribuito il Pane, perché da soli non possiamo fare nulla. Questo fa parte della nostra fede!

Coerentemente con essa, la Chiesa venera come patrona delle missioni Santa Teresa di Lisieux, una monaca carmelitana che ha trascorso la sua vita in convento senza fare nulla di apparente per il mondo. Ascoltando la voce dello Spirito Santo si è consumata per le missioni davanti all’altare di Dio come una candela viva.

Per approfondire si consiglia di leggere l’articolo del 21 ottobre 2025 di Vatican News relativo alla presentazione a Roma del report 2025 della Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre.

Libertà religiosa, il rapporto di ACS: a due terzi del mondo negato credere


1 commento

Mariano Nardello · 15/01/2026 alle 16:09

Desidero semplicemente dire “Grazie!”.

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