Forza di un titolo, di un’immagine

Torniamo sul titolo della nostra rivista, perché è indubbia l’importanza, come per tutte le cose che non siano banali, di capirne il come, ma anche, e prima ancora, il perché.

Un breve commento degli ideatori rafforza quanto scritto da Annamaria e completa la bella illustrazione fatta nell’articolo precedente.

[A cura di Dina Mantoan, della Redazione San Giorgio]

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Io penso che non sempre sia facile per tutti capire tante parole o immagini o espressioni. Non sono immediatamente traducibli in discorsi logici e articolati, perché possono essere semplicemente evocativi o simbolici.

E la copertina della pubblicazione lo è in modo particolare e ricco e di forte impatto significativo al quale la nostra ragione forse non è abituata …,ma va bene così per me, perché di fronte alle problematiche attuali ci si avvicina con immediatezza e coinvolgimento che certi colori e parole trasmettono con immediatezza e efficacia di significato.

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Un titolo, una immagine

Parliamo di ColoriAMO insieme, la nostra nuova rivista, e in particolare del suo titolo, ma anche della sua copertina.

[A cura di Annamaria Sudiero, della Redazione San Giorgio]

Gli articoli c’erano, bisognava trovare un titolo e un’immagine di copertina! Leggendo la rivista diventano molto chiari i temi e gli obbiettivi che il Gruppo Sociale e Missionario San Giorgio di Poleo Onlus desidera affrontare.

L‘aiuto agli altri, agli ultimi, alle PERSONE in difficoltà.

Ed ecco già qui evidenziata una prima parola che potevamo, anzi dovevamo, usare. E quando le persone sono in difficoltà, sia essa economica o emotiva, tutto sembra essere in bianco e nero. C’è allora bisogno di COLORARE in qualche modo quel malessere, quel bianco e nero. Da soli è difficile, bisogna unirsi, fare INSIEME. Ci siamo questo ci piaceva: COLORARE INSIEME ma bisogna farlo con amore, con disinteresse e allora COLORIAMO INSIEME! Perché, per chi? Un’altra parola che ricorreva spesso nei nostri pensieri era COMUNITA’, che deve essere fatta di e per le PERSONE. Fatto, ci siamo! COLORIAMO insieme per una comunità di persone Mancava ora l’immagine. Volevamo naturalmente richiamare l’Associazione e ci pareva giusto usarne il logo, il cui centro che rappresenta San Giorgio è, guarda caso, in bianco e nero. Bene, basterà circondarlo di colori! E invece no: a causa delle sue dimensioni ridotte risultava inadatto per una stampa a piena pagina. Abbiamo cercato e trovato un’immagine di San Giorgio, inusuale ma molto colorata e abbiamo deciso d’invertire la situazione. Il colore di San Giorgio al centro e circondato dalle parole che erano uscite durante la ricerca del titolo: AMORE, ASCOLTO, SOLIDARIETA’, PARTECIPAZIONE, APPARTENENZA, DONO, FUTURO, UMANITA’, INTERCULTURA.

Parole che si dovranno trasformare in azioni se vogliamo davvero “colorare insieme”. Ce ne sarebbero tante altre ma … chissà, le terremo in serbo per una prossima copertina.

La nostra rivista è ora visibile anche in forma digitale nel nostro sito a questo link   www.gsmsangiorgio.com/associazione/pubblicazioni/

Con la speranza di aver stuzzicato la vostra curiosità vi auguriamo buona lettura e naturalmente il nostro ringraziamento a tutto il Gruppo Redazionale San Giorgio di cui faccio parte (Beatrice, Dina, Gianfranco, Gianni e Giorgio S.) e alla “Grafiche Marcolin” di Schio che ha ottimamente messo in pratica e curato nei dettagli quello che noi avevamo solo abbozzato con le nostre idee.

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Meno povertà, sarà vero?

Secondo le statistiche dichiarate da qualche grande comune veneto, compreso il nostro, pare proprio di sì. E apprendiamo dalla stampa che anche a livello macro ciò sta avvenendo. Infatti secondo Eurostat la povertà sta crollando nel nostro paese anche se l’Italia si mantiene in una posizione tutt’altro che favorevole: tra i paesi europei più importanti presenta oltre 8% di poveri che è il dato più elevato. E tale circostanza non è grande segno di civiltà, specialmente per un paese che ritiene di essere protagonista di civiltà.

Penso occorra ripartire dalla ridefinizione di povertà, che oggi non può più essere assegnata unicamente al “solco economico”, e da un aggiornamento della sua misurazione oltre che da una sua rinnovata interpretazione.

Non credo che basarsi solo sulla lettura del dato statistico spieghi veramente fino in fondo il fenomeno odierno della “povertà”.

Io non sono per nulla convinto che sia diminuita. E lo dico grazie a ritorni che ricevo e le esperienze che mi fanno toccare con mano quotidianamente la realtà vera, tramite il servizio di counselling e il servizio presso i centri di ascolto gestiti come associazione.

Conto che gli enti locali tornino ad attrezzarsi su questo versante con una nuova volontà politica e con innovazione vera nel cercare che le persone non siano generalmente assistite ma “aiutate ad aiutarsi”. Per capirci, fuori dalla logica assistenzialistica del Reddito di Cittadinanza.

Sono a conoscenza che, anche nel nostro territorio, vi sono iniziative tese a capire di più e meglio (penso a quanto sta facendo qualche parrocchia, qualche associazione, Caritas e Diakonia Onlus e tante cooperative come per esempio Samarcanda Cooperativa Onlus, in vista di un nuovo e aggiornato sguardo sulle “povertà”.

Si tratta di tentativi, troppo spesso “sottotraccia”, di mettere intorno ad uno stesso tavolo operatori, amministratori, agenzie sociali, pubbliche e private – civili e religiose, per cercare di coordinarsi innanzitutto sulle conoscenze per poi tentare una strada comune che ci faccia uscire tutti dalla “esclusività della gestione del proprio usuale e limitato dominio”.

Di seguito l’intervento, cui ho fatto cenno all’inizio dell’articolo, tratto da Huffingtonpost del 4 maggio dal titolo “Diminuiscono i poveri in Italia. Eurostat: “Nel 2018 un milione in meno” a cura della Redazione Huffpost (ecco il link:

https://www.huffingtonpost.it/entry/diminuiscono-i-poveri-in-italia-eurostat-nel-2018-un-milione-in-meno_it_5ccd83e9e4b0e4d75733336a?utm_hp_ref=it-homepage).

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In Italia diminuisce la povertà. Le persone in situazione di disagio economico, secondo l’Eurostat, sono calate in maniera significativa. Secondo le ultime tabelle, basate su dati provvisori, le persone che affrontano una “grave deprivazione materiale” erano 5.035.000, oltre un milione in meno dei 6,1 milioni del 2017.

Si tratta dell′8,4% della popolazione a fronte del 10,1% del 2017. È il dato migliore dopo il 2010.

Si considera deprivazione materiale grave la difficoltà ad affrontare almeno 4 su 10 spese normali: pagare un mutuo, riscaldamento, mangiare proteine regolarmente, fare una settimana di vacanza, avere la macchina o un telefono.

Il dato nonostante il forte calo è il più alto tra i grandi paesi europei con la Germania stabile al 3,4% e la Francia in aumento al 4,7% mentre la Gran Bretagna registra una crescita al 4,6%. Per la Spagna manca la previsione 2018 ma era al 5,1% nel 2017.

La situazione è migliorata per tutte le fasce di età ad esclusione di quella dei bambini più piccoli, con la percentuale dei minori di sei anni in condizione di disagio che passa nel 2018 dall′8,5% all′8,8%. Per gli under 16 si registra un miglioramento tra il 9,8% del 2017 all′8,4% del 2017 mentre per gli over 65 la situazione migliora notevolmente passando dal 9,4% al 7%. Alta anche la percentuale delle persone in difficoltà nella fascia centrale di chi è in età da lavoro (25-54 anni) con l′8,8% in una situazione di grave deprivazione materiale a fronte del 10,4% del 2017.

Tra le spese alle quali non si riesce a fare fronte (almeno quattro su 10 per essere considerato in una situazione di deprivazione grave) ci sono il pagamento del mutuo, dell’affitto o delle bollette, il riscaldamento per l’abitazione, le spese impreviste, la possibilità di mangiare proteine con regolarità, una settimana di vacanza, la lavatrice, la televisione, la gestione di una macchina e il telefono.

(a cura di Gianni Faccin)

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www, comunicare il terzo settore?

Non solo per comunicare il terzo settore!

Infatti non abbiamo ristrutturato il già esistente sito web solamente per scrivere in modo specifico del settore a cui apparteniamo, e non solo per aderire ad un esplicito dettato della legge di riforma che prevede per tutti gli enti coinvolti, come la nostra associazione, di pubblicare – meglio se nel web – quanto viene raccolto in denaro e come viene destinato (in breve il bilancio finanziario), perché tutti possano sapere e verificare.

Abbiamo rinnovato il nostro sito – che mantiene la denominazione e il dominio originali – per adeguarlo dopo diversi anni alle nuove esigenze di comunicazione e alle nuove regole che interessano il mondo internet.

Si tratta di comunicare in modo semplice ed efficace le nostre attività, le peculiarità associative, i programmi, ma anche le nostre idee per un mondo migliore, a partire dal mondo del volontariato.

In effetti, Internet è, tra le altre cose, uno spazio aperto di comunicazione e una piattaforma per la partecipazione e lo scambio di conoscenze. Da tempo ormai è divenuto, con la sua estrema diffusione, un medium di massa. Il world wide web (www) permette di pubblicare di tutto, ma veramente di tutto.

Ed è proprio per questo che da molti mesi lavoriamo al progetto di una sua strategica collocazione nel mondo virtuale e alla sua revisione. Sarà infatti attraverso il web che manifesteremo nel modo più evidente il desiderio di presentare pubblicamente le nostre idee.

Vogliamo porci l’obiettivo di comunicare efficacemente la nostra attività e le nostre idee, e la progettazione del sito e la strutturazione dei contenuti rappresenta uno dei primi passi, insieme alla recentissima pubblicazione del primo numero della rivista associativa “ColoriAMO insieme – per una comunità di persone”.

Il Consiglio Direttivo

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Attacco al terzo settore?

Segnatevi questa parola: aporofobia. «È una parola greca, vuol dire disprezzo del povero» spiega Stefano Zamagni, una vita spesa nello studio, nel racconto e nella testimonianza dell’economia civile. Un pezzo di storia del mondo del non profit, del Terzo settore e della cooperazione che guarda all’attuale fase storica, in Italia e non solo, con gli occhi dell’accademico e del nonno, oltreché del cattolico da sempre impegnato nella società civile.

«Non si era mai visto un conflitto del genere, si tratta di una novità ignota alle epoche precedenti» ammette quando gli si chiede conto della stagione che stiamo attraversando, dell’odio riversato sugli ultimi e della palese insofferenza nei confronti di chi, dal basso, prova a trovare soluzioni a misura d’uomo alla povertà, alle migrazioni, alla domanda di futuro dei più fragili.

«Attenzione, l’aporofobia non è un sentimento che nasce, come accadeva una volta, ai piani alti della società. Non siamo di fronte allo scontro classico tra chi sta molto bene e chi sta male. La guerra sociale oggi è stata scatenata dai penultimi nei confronti degli ultimi, perché le élite e i ricchi non hanno nulla da temere dalle politiche redistributive di cui parlano i governi. Da noi, in Italia e nell’Occidente, semmai è la classe media ad essere tornata indietro».

Per Zamagni, il disegno che sta prendendo forma è chiaro: è quello di una società civile che si vuole sempre più schiacciata tra le forze dello Stato e del mercato, nel nostro Paese, «è l’obiettivo non dichiarato di mettere sotto tutela gli enti del terzo settore», in termini sia di fondi da utilizzare (sempre di meno) che di progetti da realizzare. «Per questo – spiega – è necessario che i cattolici, a cui è legato in termini ideali il 70% delle organizzazioni attualmente presenti nella società civile e nel volontariato, non si tirino più indietro, si assumano le loro responsabilità e comincino a fare massa critica per poter incidere sulle scelte che davvero contano».

Ecco l’intervista (ndr).

Professor Zamagni, il mondo della solidarietà in Italia è sotto schiaffo. Perché?
Perché è diventato scomodo. Finché metteva delle pezze a un sistema che tutto sommato funzionava, andava benissimo e non dava fastidio a nessuno. Poi abbiamo assistito a una crescita endogena fortissima, dal basso, che ha dimostrato come a parità di risorse, questo settore possa moltiplicare ricchezza e capitale umano. A partire dagli anni Sessanta, questo mondo ha mostrato capacità di volare. È stato allora che il mondo della politica ha avuto paura.

Non è prima un problema culturale, piuttosto che politico?
Certo. Il popolo italiano è sempre stato conosciuto nel mondo per la sua capacità di entrare in sintonia con il prossimo, per la sua com-passione nei confronti degli ultimi. Ora invece si stanno diffondendo disprezzo e derisione: quando questo si insinua anche nelle scuole, poi ci vuole tanto tempo per correggere atteggiamenti sbagliati.

Quali sono gli aspetti di questa deriva che più la preoccupano?
Si sta togliendo l’erba sotto i piedi a un intero mondo, senza avere il coraggio di metterlo al bando. Ai tempi del fascismo, il problema non esisteva perché il terzo settore non c’era… ma si bruciavano lo stesso le sedi di chi era scomodo… Ora però non possiamo commettere l’errore storico di stare alla finestra e non denunciare quanto sta succedendo. Sarebbe come commettere un peccato di omissione. Concretamente: abbiamo assistito al balletto di inizio anno sull’Ires per il non profit, siamo ancora in attesa di una dozzina di decreti attuativi sulla riforma del terzo settore, il cui Consiglio nazionale è stato convocato per la prima volta settimana scorsa dal giugno 2018, quando per legge dovrebbe essere convocato invece ogni tre mesi. Di fatto, i fondi pubblici per il sociale vengono sottratti al terzo settore per essere poi reindirizzati allo Stato, mentre tra i provvedimenti che aspetta il mondo della cooperazione ci sono importanti strumenti di finanza sociale, dalle obbligazioni ai prestiti. È tutto fermo.

Forse negli anni è mancata un po’ di autocritica da parte del terzo settore, che ha peccato di autoreferenzialità e non ha saputo individuare per tempo casi di malagestione.
Proprio questo è il problema. Servirebbe un Civil Compact in sede europea, un progetto sull’economia civile che guardi ai prossimi decenni, mettendo alla berlina chi ha sbagliato in questi anni. Da quando è nata un’intellighenzia del terzo settore, ripeto, la classe dirigente ha avuto paura che le si potesse sottrarre potere progressivamente. Il punto è che, essendosi spostato il conflitto tra classi sociali, il modello di ordine del passato non può più durare a lungo e le forze politiche attuali non sanno indicare la strada per trovare nuovi equilibri. Non abbiamo gli attrezzi giusti per affrontare questa nuova fase storica.

Come cambiare marcia, uscendo dalla sindrome possibile di una nuova “riserva indiana”?
La strategia non deve essere riformista, perché le riforme hanno il respiro corto. I cattolici ascoltino papa Francesco: serve una trasformazione complessiva del sistema, bisogna cambiarne le fondamenta e l’impianto. L’associazionismo non può fare solo diagnosi, servono terapie. Di più: il frazionismo fa male, soprattutto adesso che è evidente la strategia portata avanti per diminuire la presenza dei cattolici nel terzo settore e non solo.

Sta dicendo che, per superare la stagione del rancore e dell’offensiva contro le realtà che fanno solidarietà concreta, occorre rilanciare l’impegno diretto in politica dei cattolici?
Certo. Oggi come non mai servono i De Gasperi, non i politicanti. Occorrono nuove forze politiche e il mondo cattolico ha tutto il potenziale necessario per realizzare la trasformazione epocale evocata da Francesco. La strategia della polverizzazione e della diaspora ha fatto dei cattolici come delle reclute di questo o quel gruppo. È giunta l’ora di creare al contrario massa critica, per essere finalmente incisivi. Uno spostamento degli equilibri potrebbe avere effetti benefici anche sul terzo settore messo oggi alla berlina: se a questo mondo si togliessero i pesi che si stanno mettendo ora, si attuerebbe davvero il principio di sussidiarietà.

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[a cura di Diego Motta da Avvenire 27 aprile 2019 Intervista. Zamagni: «Il Terzo settore è sotto attacco, un conflitto mai visto»]

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Guerra alla Solidarietà?

Ci pare molto importante riportare in questa sede informazioni, notizie e circostanze strettamente legate alla nostra comunità di riferimento oppure legate alla nostra associazione e alle sue attività e vicissitudini.

Ma ci pare molto importante anche proporre riflessioni culturali, proposte innovative e pezzi critici per esempio sul tema della povertà, dell’aiuto, del volontariato o del cosiddetto terzo settore.

Il tutto con lo scopo di stimolare e far riflettere.

Ecco allora che, in tempi tutt’altro che facili, vogliamo proporre dei contributi di tutto rilievo come il presente che è stato scritto dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio il 27 aprile scorso.

A seguire, in altro pezzo, l’intervento-intervista di Diego Motta di Avvenire a Stefano Zamagni.

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In Italia la guerra contro le reti di solidarietà, grandi o piccole che siano, è sempre più aspra e aggressiva. Lo stiamo documentando da giorni: le parole di (falso) ordine e i marchi di scherno confezionati dal cattivismo“social” e di governo si traducono in concreti atti di ostilità e in scelte (o deliberate non-scelte) politiche e amministrative. Nel mirino ci sono tutti coloro che si occupano di poveri, bambini soli, disabili, carcerati, stranieri (non turisti, ovvio, ma rifugiati e richiedenti asilo). Le mense e gli ostelli della Caritas e degli altri accoglienti diventano la «mangiatoia», le Case famiglia sono liquidate come «business», sul rilancio delle misure alternative al carcere e di recupero dei detenuti viene messa una pietra sopra, chi fa cooperazione sociale è denigrato come affarista e persino malavitoso, le organizzazioni umanitarie (le famose Ong…) sono trattate da nemici del genere umano e dell’ordine pubblico… Se il grido di battaglia del salvinismo è – copyright del sito Il populista – «libera la bestia che è in te», non ci sono molti dubbi sulla “preda” designata.

Emerge una strategia precisa. Leggete l’intervista a Stefano Zamagni, maestro con le maniche perennemente rimboccate di «economia civile», che accompagna le due pagine in cui oggi mettiamo in fila i fronti d’attacco che sono stati aperti uno dopo l’altro e ne capirete un po’ meglio la portata. Impossibile non allarmarsi. La guerra alla solidarietà è guerra vera, e fa esplodere un enorme paradosso, visto che viene condotta proprio al tempo del Reddito di cittadinanza. Con una mano il governo giallo-verde dà, con l’altra toglie. Si prepara a distribuire soldi sacrosanti – anche se a debito – come erogazione statale ai cittadini più indigenti, ma contemporaneamente percuote e tenta di sgretolare le reti di solidarietà che la società civile distende e lo Stato sinora (bene o male, comunque con assai meno spese di quelle proprie di una gestione statalista) ha utilizzato, sostenuto o, semplicemente, non ostacolato.

Zamagni riassume questo paradosso con la parola aporofobia, ovvero il duro e concreto disprezzo del povero e di chi del povero si occupa senza avere i galloni del funzionario pubblico. Io lo chiamo il paradosso dello Stato asociale, perché è frutto della degenerazione non collaborativa dello Stato sociale, di quel Welfare che per essere sostenibile non può che essere collaborativo. Deve cioè fissare “dall’alto” obiettivi e standard minimi e, poi, sia fare la propria parte sia valorizzare le energie e iniziative “dal basso”. Deve, insomma, saper tenere insieme la leva statale e quella sociale, garantita da organizzazioni motivate e trasparenti, secondo una idea piena di “pubblico servizio” alle persone e alla comunità, e soprattutto a chi non ce la fa e rischia di restare indietro, solo, spinto ai margini. Lo Stato asociale, invece, non vuole nessuno a fianco. È già accaduto nella nostra storia italiana ed europea, a est come a ovest. E a quelli lì è andata molto male. La solidarietà può essere umiliata e azzannata, ma non può essere smontata del tutto. Rinasce, ricomincia. Dite pure ogni male, provate a farlo se ne avete il potere, ma prima o poi (meglio prima che poi) la gente apre gli occhi e alza la testa. E il bene vince.

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[da Avvenire, editoriale di Marco Tarquinio 27 aprile 2019 –  È guerra vera ma perderanno. La strategia contro le reti di solidarietà]

5 x Mille contingentato?

Il tema del 5 x 1000 è sempre più centrale. Ma vi sono ombre e luci su cui è opportuno sostare un momento. Lo facciamo con Sara de Carli del Comitato editoriale di Vita.it.

Era un sospetto: possibile che la somma del contributo per gli ammessi e per gli esclusi faccia esattamente 500 milioni? Adesso c’è la conferma dell’Agenzia delle Entrate: nel 2017 gli italiani hanno destinato al non profit una cifra maggiore di quella stanziata a copertura del 5 per mille e di conseguenza è stato ricalcolato l’importo del contributo di ogni singolo ente. L’Agenzia delle Entrate conferma. Il 5 per mille nel 2017 ha superato il tetto dei 500 milioni di euro stanziati come copertura e di conseguenza è stato necessario riparametrare i contributi destinati ai singoli enti, in modo da restare sotto i 500 milioni. Cifre non ne escono, ma la conferma c’è. 

Il quesito di Vita.it all’Agenzia delle Entrate viene dall’osservazione delle liste del 5 per mille 2017 pubblicate lo scorso 26 marzo dall’Agenzia delle Entrate stessa, che riferivano di un 5 per mille in crescita e giunto ormai a 495.841.714,55 euro destinati agli ammessi. Una cifra vicinissima alla soglia dei 500 milioni stanziati a copertura dal 2015 in poi, quando il 5 per mille venne stabilizzato e liberato dalla necessità di “strappare” ogni anno risorse ad hoc. 

Ma è stata Giulia Frangione, CEO di Italia non Profit, a mettere in luce sempre su Vita.it come la cifra destinata agli enti ammessi sommata a quella destinata agli enti esclusi facesse – elenchi dell’Agenzia alla mano – esattamente 500 milioni di euro, tondi tondi, spaccati al centesimo. Una coincidenza? O il segno che i contribuenti italiani nel 2017 hanno destinato agli enti che svolgono attività socialmente rilevanti una cifra superiore ai 500 milioni di euro della copertura e che di conseguenza le cifre riportate negli elenchi non corrispondono a quanto esattamente attribuito dai contribuenti ma a un ricalcolo fatto dall’Agenzia delle Entrate per stare sotto i 500 milioni? La seconda, oggi possiamo dirlo con certezza.

Il 5 per mille torna così, con l’edizione 2017, ad avere un tetto. Quanto manchi rispetto al contributo che in realtà gli italiani avevano destinato al non profit, al momento non siamo in grado di quantificarlo. Quel che è certo è che fin dalla prossima legge di Bilancio sarà necessario aumentare le risorse per la copertura del 5 per mille, visto che lo strumento ha già superato la soglia dei 500 milioni e di fatto continua a crescere fin da quando è nato.

Il Governo pare esserne consapevole, dal momento che già qualche giorno fa il sottosegretario Claudio Durigon, con delega al Terzo settore, ci aveva risposto che «verosimilmente con la prossima edizione sarà necessario reperire ulteriori coperture rispetto ai 500 milioni previsti attualmente, in quanto, a partire dalla messa in funzione del Registro unico nazionale del Terzo settore, nella categoria degli enti del volontariato dovrebbero rientrare tutti gli enti del Terzo settore (e non più, come prima previsto, solo Onlus, enti del volontariato e associazioni di promozione sociale). Sul punto è in fase di ultimazione il DPCM che potrebbe fornire maggiori precisazioni sulla platea dei beneficiari e sui criteri di assegnazione». Negli anni fra il 2010 e il 2013, lo Stato aveva trattenuto complessivamente 310 milioni di euro del 5 per mille, a causa del tetto. «E’ una buona notizia che la propensione all’utilizzo del 5 per mille degli italiani sia cresciuta. Occorre mettersi al lavoro da subito per adeguare le risorse a copertura del 5 per mille. Si tratta di scelte di fiscalità volontaria ed è quindi necessario mettersi nelle condizioni di rispettare la volontà dei contribuenti che con queste scelte di “solidarietà fiscale” intendono sostenere specifiche iniziative nella propria comunità», commenta Claudia Fiaschi, portavoce del Forum del Terzo settore.

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Prossimità

Nel nostro sito è presente un paragrafo – in cosa facciamo – dedicato alle nostre attività, indicate come servizi di prossimità.

Che cosa intendiamo?

Un servizio di prossimità si contraddistingue per essere una relazione di vicinanza e di aiuto, di ascolto e di accompagnamento, caratterizzata da flessibilità e spesso senza il riconoscimento istituzionale ad opera dell’ente pubblico.

A titolo meramente esemplificativo potrebbero essere servizi di prossimità:

‒ servizi agli anziani e alle persone con disabilità (trasporto, consegna di spesa/farmaci, ricerca badanti, esperienze di cohousing intergenerazionale, creazione di orti sociali, ecc.);

‒ servizi per persone svantaggiate (inserimento in attività non strutturate di riabilitazione sociale, aiuti alimentari, unità mobili, ecc.);

‒ servizi ai minori (creazione di spazi condivisi per l’aggregazione in aree/territori con forte disagio sociale, attività di doposcuola, insegnamento lingua italiana agli immigrati, aiuto nello studio per alunni in difficoltà socio-economica, progetti finalizzati all’educazione ambientale e alimentare, sostegno alla partecipazione ad attività sportive e sociali, ecc.);

‒ promozione di pratiche di sharing e organizzazione di servizi comuni per ridurre gli sprechi e le spese a carico di persone in difficoltà sociale ed economica;

‒ organizzazione della banca del tempo e promozione di pratiche di solidarietà in aree comunitarie, condominiali o condivise.

Si tratta di servizi in genere resi senza inserimento in regime di convenzionamento con l’ente pubblico e spesso addirittura senza essere dallo stesso riconosciuti.

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Sondaggio tra gli Associati

Nell’assemblea ordinaria del 5 marzo scorso abbiamo dato conto, come promesso, di un sondaggio tra associati e simpatizzanti, anonimo, realizzato nel 2018 al fine di raccogliere proposte, idee e pareri.

Un sondaggio non è la “verità” assoluta, ma può essere un aiuto specialmente in una situazione generale in continuo mutamento.

Abbiamo utilizzato la forma telematica più semplice coinvolgendo circa 150 soggetti.

I riscontri attendibili sono stati 50. Circa il 30%.

Quindi pensiamo che un terzo degli intervistati, appartenenti all’area della nostra associazione, possano dare valide indicazioni e suggerimenti. Inoltre crediamo che questi 50 siano in realtà le persone che più si avvicinano alle nostre attività con passione, interesse e desiderio di essere incisivi. E quindi meritevoli di attenzione.

Siamo stati soddisfatti della risposta complessiva e di quanto fattoci presente.

Ecco di seguito le risultanze.

ALCUNE RISPOSTE

  • 48 persone trovano utile l’associazione e ne conoscono l’attività
  • 35 riescono a seguirne le attività
  • 12 vorrebbero partecipare più attivamente
  • 10 sono interessati a progettare insieme
  • 5 sarebbero disponibili a condurre l’associazione del futuro

ALCUNI ORIENTAMENTI PREVALENTI

  • 29 suggeriscono impegno civico
  • 23          ”                   cultura
  • 22          ”                   giustizia sociale
  • 18          ”                   nuove dipendenze
  • 14          ”                   nuovi modelli famigliari
  • 14          ”                   passeggiate

CON QUALI INIZIATIVE

  • Percorsi formativi con esperti              29
  • Testimonianze                                              29
  • Conferenze                                                     24
  • Dibattiti                                                             15
  • Cineforum                                                        10

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Sei anni di Ascolto vero

… e non solo ascolto

Quando si gestisce un centro di ascolto, come per qualsiasi altra attività, è bene cercare di capirne l’efficacia, nel nostro caso l’impatto sociale.

Questo processo è di molto migliorato da quando abbiamo aggiunto, giocoforza, all’attività di primo ascolto e di ascolto avanzato anche un’attività diversificata, ma robusta di accompagnamento delle persone.

E’ stata un’attività che si è intensificata con la piena operatività presso il centro civico di quartiere (rustico Pettinà) e presso i siti della distribuzione alimenti (sotto chiesa S. Cuore), nonché con le forti e conseguenti collaborazioni instaurate nell’azione di rete, in particolare, con Conferenza San Vincenzo, Consiglio di quartiere Stadio-Poleo.Aste-San Martino, varie Unità Pastorali di Schio, Caritas Vicenza (di cui siamo ufficialmente “associazione in rete”), gli assistenti sociali del Comune di Schio, l’Ass. Schio C’è e il CSV Vicenza.

Come avvenga il processo e se proseguirà anche in futuro con le attuali modalità crediamo vada approfondito in altra sede.

Ci sembra, invece, interessante evidenziare, anche sinteticamente, quanto realizzato in termini impatto sociale dalla nascita del centro, avvenuta nel dicembre 2012.

Innanzitutto lo spazio di ascolto dedicato limitatamente al primo ascolto e, tenendo conto solamente dei servizi di presidio svolti in ex-canonica a Poleo e al rustico Pettinà, in questi 6 anni ha superato le 1000 ore.

I bisogni espressi, volendo toccare le questioni cruciali, hanno riguardato: aspetti economici e finanziari, salute, famiglia, lutto, relazioni, personalità e lavoro.

Dall’inizio del servizio sono state incontrate nella fase del primo ascolto 211 persone (dati 30.9.2018).

I sentieri percorsi si possono ricondurre a:

  • aiuto relazionale/esistenziale                           70
  • sostegno economico                                               53
  • orientamento al lavoro                                           37
  • orientamento al volontariato                             20
  • sinergie e rete verso gruppi                                13
  • lavoro di gruppo o di comunità                            9
  • orientamento alla progettualità                         7
  • accompagnamento specifico                               2

Non vanno sottaciuti, ad integrazione, i sentieri relativi a percorsi di autoaiuto avanzato, anche con ricorso a counselling individuale, di coppia o di gruppo, che hanno visto l’incontro continuativo di 41 persone, 5 coppie e 4 gruppi.

Vanno evidenziate, infine, la nascita di un nuovo “gruppo esperienziale”, costituitosi in seguito alla seconda edizione di un corso di formazione per la cittadinanza promosso dal nostro centro. Persone coinvolte 16, di cui 10 partecipano stabilmente sotto la guida di una facilitatrice; e la sperimentazione di nuove modalità di aiuto che possiamo definire “affiancamento mirato”, che si sono concretizzate tra il 2017 e il 2018, prestando specifica attenzione, morale e materiale, ad almeno 8 situazioni in area critica.

[Rosy Calesella e Rosanna Ceretta, da ColoriAMO insieme, editoriale febbraio 2019]

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