Articolo di Donato Catalano

Il riconoscimento di immagini è un campo di grande interesse per l’intelligenza artificiale, l’elettronica e la robotica. Perchè una macchina agisca in funzione di quello che “vede”, presuppone che sia dotata, oltre che di sensori ambientali, di motori, di attuatori, di ingranaggi, ecc., anche di un sistema di elaborazione che esegue sofisticatissimi algoritmi decisionali.

Come per le macchine, anche per gli uomini, vedere non è sufficiente, riconoscere non basta; è la comprensione profonda che permette davvero di agire.
Nella vita, spesso riconoscere che qualcosa non va, che c’è un ostacolo, non è sufficiente per agire e superarlo. Serve una riflessione ed un’elaborazione interiore: capire le cause, le conseguenze, le possibili soluzioni.

Una delle esigenze che l’uomo di ogni tempo, inteso come macchina, si è trovato ad affrontare con tutti i condizionamenti culturali, storici, ideologici o religiosi è il riconoscimento del prossimo e di conseguenza come mettere in moto tutti i suoi ingranaggi per accoglierlo.

Per il cristiano il prossimo è l’uomo derubato, percosso e lasciato mezzo morto sulla strada da Gerusalemme a Gerico di cui parla Gesù nella parabola del buon Samaritano (Luca 10, 25-37) . Con questa parabola, infatti, Gesù risponde a un dottore della legge che gli chiede: “Chi è il mio prossimo?”

Dal racconto evangelico scaturisce che l’azione di accoglienza, conseguente al riconoscimento del prossimo, non è la semplice offerta di ospitalità materiale, ma soprattutto un atteggiamento interiore. È saper ascoltare senza giudicare, saper vedere oltre le apparenze, saper sospendere i propri preconcetti ed i propri programmi aprendo le porte all’altro così com’è. Questo richiede coraggio, umiltà, pazienza…

L’accoglienza vera del buon samaritano non pretende nulla in cambio: è gratuita, disinteressata, e proprio per questo è profondamente umana, profondamente divina e profondamente razionale.

Accogliere l’altro significa svuotarsi, creare uno spazio dentro di sé prima ancora che fuori: è un gesto che nasce dal riconoscere nell’altro una dignità, una storia, una presenza che merita rispetto e attenzione. In un mondo spesso segnato da diffidenza, fretta e individualismo, l’accoglienza diventa un atto quasi rivoluzionario, capace di ristabilire legami autentici tra le persone.

Questo è profondamente umano!

Un’espressione che racchiude in se questo atteggiamento è il saluto “Namasté”.

Proveniene dalla cultura indiana e non è un semplice “ciao”. Può essere tradotto con mi inchino a te oppure il divino che è in me riconosce il divino che è in te e sottolinea come ogni persona è portatrice di un valore intrinseco, quello che i cristiani chiamano anima, e merita rispetto e riconoscimento.

Dire “Namasté” significa quindi riconoscere l’altro nella sua essenza più autentica, al di là delle differenze sociali, culturali o personali, significa guardarlo non come un estraneo o un potenziale nemico, ma come qualcuno che condivide la nostra stessa natura divinità. Questo tipo di sguardo trasforma radicalmente il modo in cui ci relazioniamo: nell’altro il nostro essere trova la sua vibrazione e la vibrazione di Dio che risuona.

Namastè è il saluto abituale delle suore Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta e sintetizza una scelta di vita: vedere Cristo in ogni persona, specialmente nei più poveri, nei malati,
negli emarginati. In questo senso, il saluto è già un atto di accoglienza ed il riconoscimento del prossimo, la molla per agire tempestivamente. Spesso, nella nostra epoca, la povertà più grande non è quella materiale, ma quella relazionale che consiste nel sentirsi invisibili, ignorati, non riconosciuti. Accogliere qualcuno significa dirgli, anche senza parole: Tu esisti, tu sei importante, sei un figlio di Dio come me.

Questo è profondamente divino!

Le istruzioni che l’uomo dovrebbe eseguire nell’accogliere il prossimo sono costituite da tanti piccoli gesti: un sorriso, una parola gentile, un ascolto sincero. Non si tratta di gesti eroici, perché sono le attenzioni quotidiane più semplici a fare la differenza. Questi gesti, tuttavia, richiedono una scelta consapevole e profonda per agire di conseguenza: quella di decifrare correttamente e consapevolmente i messaggi che i sensi ricevono dall’esterno.

La consapevolezza di essere vulnerabili, la paura di rimanere feriti o delusi porta molte persone a mantenere una distanza di sicurezza con il prossimo, a costruire barriere, a lasciare arrugginire i propri ingranaggi per inerzia.

L’azione di accoglienza del prossimo va allenata. E’ strettamente legata alla conoscenza di sé ed allo spazio che riserviamo a Dio nel nostro cuore. Solo chi è in pace con se stesso, ed ama profondamente Dio, riesce davvero ad aprirsi agli altri. Se siamo pieni di noi stessi, di paure, di insicurezze o pregiudizi, sarà difficile accogliere autenticamente il prossimo. In questo senso, l’esercizio dell’accoglienza è anche un cammino interiore, un percorso di crescita personale e spirituale.

L’accoglienza è sempre un atto di fiducia. Fare un passo verso l’altro è indispensabile, se si vogliono costruire relazioni autentiche, se si vuole donare, ma soprattutto ricevere. L’aver interiorizzato, infatti, che la vita eterna si ottiene amando Dio e il prossimo, rende l’accoglienza un’occasione da non perdere, un fatto profondamente arricchente, conveniente e razionale!

Il saluto “Namasté” anche silenzioso ci ricordi che ogni incontro può diventare un momento sacro, un’occasione per avvicinarci a Dio, riconoscendo il grande valore dell’altro.

“Ieri è passato. Il domani non è ancora arrivato. Abbiamo solo l’oggi: cominciamo.”
(Santa Madre Teresa)

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Con affetto


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