Prefazione – Povere e brevi considerazioni su come possiamo recuperare quanto c’è di autentico e rivoluzionario nella vicenda di Francesco, evitando con intelligenza le storture e tutte quelle occasioni, sempre più frequenti, in cui qualcuno con le chiavi del potere tenta di abusare di noi.

Innanzitutto qui ci riferiamo, immeritatamente, al santo italiano conosciuto per la sua scelta di povertà, appunto. San Francesco, il poverello di Assisi, meglio ancora il poverello di Dio.

Morto 800 anni fa, e già questo ci dice molto sull’universalità senza tempo e a tutto tondo del giovane Giovanni di Pietro di Bernardone, questo il suo nome originale, è noto e venerato ovunque come Francesco d’Assisi (san).

Sulla sua vita è stato scritto moltissimo, e sono stati girati film e documentari. In particolare per tornare alle due intitolazioni precedenti: Il poverello di Assisi, cortometraggio muto diretto da Enrico Guazzoni (1911) e Il poverello di Dio, libro di Nikos Kazantzakis (1987).

Uno scritto speciale, che possiamo ben proporre in ambito Librarsi Liberi, è un piccolo grande testo di Ernesto Bonaiuti (1), noto anche per essere stato a suo tempo posto all’indice dalla Chiesa di papa Pio XI, dal titolo Francesco d’Assisi – 1997 Biblioteca Francescana ed.

Nell’introduzione (a cura di Sandra Migliore) a pag. 36 leggiamo: Nel guardare al Poverello di Assisi, Bonaiuti ritrova, dunque, l’esempio vissuto di una religione non precettistica, ma di fiducioso abbandono alla Provvidenza di Dio e di contemplazione: contro l’austera disciplina della legge, ritrova l’allegrezza dello spirito, la perfetta letizia …

Eppure, San Francesco è patrono principale d’Italia, insieme a Santa Caterina da Siena. E ci sta. Lui è simbolo di pace, fratellanza e povertà. Il 4 ottobre è di nuovo solennità civile e dal 2026 è tornato a essere ufficialmente un giorno di festa nazionale in Italia.

Bene così! Anche se qualche “politicante” ha cercato più volte anche di recente di farne una icona di una identità che ha l’aroma del nazionalismo. No! Giù le mani dal “Poverello”. Anche qui si cerca di manipolare pensando che siamo tutti distratti.

Del resto, c’è anche chi insiste in questi mesi a definirlo simbolo di italianità e qui mi vien da sorridere per l’ironia della sorte e per la grossolanità di certi personaggi. Ho scoperto anch’io di recente che il nome Francesco (Franciscus) è di derivazione francese, e il nome significa “uomo francese” e “uomo libero”, piccolo particolare trascurato dai nazionalisti italiani: il santo che celebrano apertamente come emblema di italianità si chiamò Francesco in quanto figlio, per sangue e per educazione, della Francia, essendo la madre la nobile Pica de Bourlemont, originaria della Provenza. E l’influsso materno non fu di poco conto, dal momento che nel secolo XII la Provenza si manifestò cuore pulsante di una civiltà innovatrice del modo in cui, occidentalmente parlando, veniva concepito l’amore, la devozione, la cura e il servizio.

Come che sia, il nostro santo, sicuramente tra i più amati del mondo, si chiama il “Poverello” perché la sua scelta di vita è stata chiara. Recita la libera enciclopedia (2): Profondamente ascetico, era conosciuto anche come “il poverello d’Assisi” per via della sua scelta di spogliarsi di ogni bene materiale e condurre una vita minimale, in totale armonia di spirito. E ancora: … la povertà, abbracciata liberamente, è espressione dell’amore per l’umanità di Cristo. È evidente che il santo d’Assisi non desidera la miseria, desidera seguire le orme di colui che ama in ogni cosa e sopra ogni cosa. Attraverso una vita povera egli intende imitare Dio stesso, il suo entrare nella storia.

Meraviglioso! Inutile commentare o voler avvicinarsi a questo stato di grazia. Anche se si può cercare di applicare qualcosa nella vita personale d’ognuno. Liberamente. Anche in questi tempi che ci mostrano come siamo lontani dalle cose che veramente contano con la nostra indifferenza, con i nostri individualismi, con i nostri pregiudizi e con la nostra incapacità di vedere negli altri e nella natura il bello.

Credo che alla fine, senza girarci troppo attorno, dovremmo tutti, senza distinguo, cercare di ritornare a Francesco. E questo che significa oggi, dopo ottocento anni?

Di certo, non significa cercare in lui risposte immediate ai problemi contemporanei, né trasformarlo nel portavoce delle nostre sensibilità. Sicuramente non celebrarlo come si festeggia ogni anniversario o compleanno, e – soprattutto – non strumentalizzarlo e manipolarne il messaggio. Significa piuttosto lasciarsi portare alla sorgente da cui lui stesso ha attinto, ossia il messaggio evangelico. Del resto, è questa la ragione della sua universale attualità. Francesco parla ancora a tutti da secoli non perché abbia anticipato le grandi questioni della modernità, ma perché ha saputo arrivare al cuore dell’umano.

Infatti, prima delle appartenenze religiose, culturali, sociali e politiche, ognuno porta dentro di sé le stesse domande fondamentali: il desiderio di una vita piena, la ricerca della verità, il bisogno di amare e di essere amati, la fatica del limite, la voglia di fraternità, il desiderio di giustizia, la speranza di fonte alle sofferenze e che la morte non abbia l’ultima parola.

Forse, come dice Marco Moroni del Convento di Assisi (3), è proprio questa l’eredità più importante che Francesco continua ad affidare a tutti.

(Nota) Visto il ritorno a San Francesco anche a livello civile, come Redazione San Giorgio proporremo nei prossimi mesi ulteriori approfondimento sul “Poverello”, da diversi punti di vista.

Note e redazionale

(1) Ernesto Buonaiuti (Roma, 25 giugno 1881 – Roma, 20 aprile 1946) è stato un presbitero, storico, antifascista, teologo, accademico italiano, studioso di storia del cristianesimo e di filosofia religiosa, fra i principali esponenti del modernismo italiano. Scomunicato e dimesso dallo stato clericale ad opera della Chiesa cattolica per aver preso le difese del movimento modernista, fu prima esonerato dalle attività didattiche, in base ai Patti Lateranensi tra Chiesa e Regno d’Italia, e poi privato della cattedra universitaria per essersi rifiutato, con pochi altri docenti (appena dodici), di giurare fedeltà al regime fascista.

(2)  Interessante contestualizzazione storica in https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_d%27Assisi;

(3) Fra Marco Moroni, teologo e antropologo in Ritornare a Francesco (Rocca n. 16/17).

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