“Riconoscere l’altro” nutre la giustizia

“Aprirsi all’alterità non significa annullare la propria identità, ma arricchirla attraverso il confronto. È il passaggio fondamentale che trasforma la differenza da potenziale minaccia a straordinaria opportunità di evoluzione personale e collettiva”.

Non va sottovalutata l’importanza di riconoscere l’altro riconoscendone il suo grande valore. Con l’ultima recente Novità in Lettera (NAMASTÈ pubblicato da noi il 18/05/2026 a firma di Donato Catalano), l’attenzione è stata posta sul riconoscimento attraverso il primo passo che è accoglienza dell’altro.

Infatti, riconoscere l’altro significa accogliere l’esistenza di un “altro” – che sia una persona, una cultura o un’esperienza – come un valore in sé, rispettandone l’irriducibile diversità senza tentare di assimilarla, assimilarla o ridurla a un semplice riflesso del proprio Io.

Ha scritto Catalano: Accogliere l’altro significa svuotarsi, creare uno spazio dentro di sé prima ancora che fuori: è un gesto che nasce dal riconoscere nell’altro una dignità, una storia, una presenza che merita rispetto e attenzione. In un mondo spesso segnato da diffidenza, fretta e individualismo, l’accoglienza diventa un atto quasi rivoluzionario, capace di ristabilire legami autentici tra le persone.

È così, davvero. Spesso si tende a valutare l’altro solo in base a quanto ci somiglia. Riconoscere l’alterità significa invece accettarlo nella sua unicità irripetibile.  L’alterità mette in discussione le nostre certezze. È proprio attraverso questo “decentramento” che l’essere umano riesce ad evolversi, arricchendo la propria visione del mondo tramite il dialogo.

Ma veniamo al “riconoscimento” tirando in ballo un saggio molto interessante del filosofo Axel Honneth, Il riconoscimento – Storia di un’idea europea, edito da Feltrinelli (2018). Testo che sottoponiamo a Librarsi Liberi.

L’autore ha una tesi: la giustizia parte dalle ferite, ovvero non si parte da qualcosa di prestabilito che si cercherà poi di applicare nel concreto. Anzi, non si parte dai principi, ma dalle esperienze. Non da ciò che dovrebbe essere, ma da ciò che viviamo nella realtà. Insomma, per capire che significa giustizia, dobbiamo, per prima cosa, partire da ciò che viviamo quotidianamente come intollerabile.

Secondo il filosofo, le ingiustizie non si manifestano come violazione di regole e di norme, ma come ferite dell’anima e delle relazioni.

Scrive sul tema, per Il Sole 24Ore, Vittorio Pelligra (docente universitario e ricercatore) che le ingiustizie prima ancora di essere formulate in termini giuridici o politici, esse vengono sentite nella carne viva. Si presentano sotto forma di umiliazione, esclusione, svalutazione. In prima battuta, non sono subito problemi di distribuzione di risorse, ma di relazioni malate.

Honneth dice ancora: La possibilità di un rapporto positivo con sé stessi dipende dalla possibilità di essere riconosciuti da altri. È una tesi che ha conseguenze filosofiche e politiche di grande rilievo. Per esempio, l’identità di una persona non può più essere pensata come un dato originario, ma come il risultato di processi intersoggettivi. Su questo aspetto neuroscienze sociali non fa che confermare la tesi. In pratica, noi diventiamo ciò che siamo solo attraverso relazioni di valore con gli altri o comunque attraverso relazioni significative.

Le ferite dell’anima succitate vanno a comporre la cosiddetta “esperienza del misconoscimento” ossia di quel vissuto diffuso – attenzionato dall’autore – doloroso e al contempo sottotraccia o invisibile. Tale misconoscimento – come dice Pelligra – non rappresenta una semplice mancanza, ma una vera e propria lesione, una alterazione invalidante. Non venir riconosciuti significa non poter sviluppare pienamente sé stessi.

Nel libro, Honneth evidenzia tre tipi di misconoscimento: la violenza fisica, che riguarda il corpo e la sua integrità; la privazione di diritti; e la svalutazione sociale.

In ciascuna di queste tipologie di misconoscimento, ciò che viene leso non è solo una condizione esterna, ma una dimensione interna della soggettività: la fiducia, il rispetto e l’autostima. Honneth sottolinea che sono queste le forme di misconoscimento che possono provocare conflitti sociali. Del resto, i conflitti sociali non sono semplici scontri di interessi, ma risposte alle diverse forme di misconoscimento. Sono tentativi di ripristinare condizioni di riconoscimento finora negate.

Ed ecco, per finire, un passaggio che ci riguarda tutti, in special modo tutti coloro che intendono essere d’aiuto ad altre persone. Dice l’autore: Il nesso che sussiste tra l’esperienza del riconoscimento e il rapporto con sé risulta dalla struttura intersoggettiva dell’identità personale: gli individui si costituiscono come persone solo apprendendo a rapportarsi a sé stessi dalla prospettiva di un altro che li approva o li incoraggia, come esseri positivamente caratterizzati da determinate qualità e capacità. Le proporzioni di queste capacità crescono con ogni nuova forma di riconoscimento che il singolo può riferire a sé stesso come soggetto: così nell’esperienza dell’amore è contenuta l’opportunità della fiducia in sé, nell’esperienza del riconoscimento giuridico quella del rispetto di sé, e nell’esperienza della solidarietà, infine, quella dell’autostima”.

Ringraziamo Donatella Dal ben che ci ha segnalato autore e libro.

Alcuni richiami noti e meno noti inerenti alle dimensioni dell’Alterità

Emmanuel Lévinas (filosofia): L’Altro non è un ostacolo alla propria identità, ma un’entità autonoma con un volto che ci interpella e ci richiama a una responsabilità etica, molto prima di qualsiasi giudizio logico.

Tzvetan Todorov (psicologia): L’incontro con ciò che è ignoto o diverso genera spesso angoscia. Riconoscere l’alterità richiede superare l’istinto di difendersi per aprirsi alla scoperta e all’arricchimento reciproco.

AA.VV. (antropologia/sociologia): È il processo di comprensione delle culture “altre”, evitando l’etnocentrismo e comprendendo che la diversità è una risorsa costitutiva e non un problema da risolvere.

AA.VV. (counselling /relazioni d’aiuto): Sono opportuni atteggiamenti utili e costruttivi come il Superamento della paura, ovvero riconoscere che l’ansia iniziale è una reazione naturale all’ignoto, non un giudizio sul valore di ciò che è diverso; la Sospensione del giudizio, ovvero sostituire i preconcetti con una sana curiosità, permettendo all’altro di raccontarsi ed esprimersi; l’Ascolto attivo, ossia prestare attenzione non solo alle parole, ma anche alle esperienze e ai vissuti che l’altro porta con sé; l’Arricchimento reciproco come obiettivo comune, ovvero comprendere che ogni diversità è uno specchio che ci permette di osservare la nostra stessa identità da una prospettiva nuova e più ampia.

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