Sono una volontaria attiva nel progetto Dimmitiascolto e neofita del GSM, “scelta” nel direttivo, si è detto, anche per la mia “mondialità” ossia per il fatto che girando spesso il mondo avrei potuto condividere con altri le mie esperienze “full immersion” nelle culture diverse dalla nostra.

E infatti quest’ anno a fine luglio sono partita per un viaggio diviso in due parti: la prima una sorta di pellegrinaggio in India utilizzando per gli spostamenti i lunghi e lenti treni indiani; la seconda parte in Nepal progettando questa volta, dopo cinque precedenti visite con lo scopo di fare trekking, di fermarmi a Kathmandu per svolgere attività di volontariato.

Contattando degli italiani residenti in Nepal, impegnati da anni nel disagio giovanile, ho conosciuto varie strutture di accoglienza e sostegno nelle quali ho avuto la possibilità di collaborare per alcuni giorni. Il resto del tempo lo trascorrevo in uno dei luoghi più sacri di Kathmanduh,  per dedicarmi a un percorso personale intimistico.

Poi davanti all’immensa alluvione che si è abbattuta il 26 agosto, a circa 100 km dalla capitale, non potevo stare ferma a guardare, la preoccupazione per le persone coinvolte era un mantra costante e sentivo che dovevo muovermi in fretta per provare ad aiutare concretamente.

Prima di dire cosa è stato fatto e cosa bisogna ancora fare vorrei raccontare cosa è accaduto in questa valle che porta ad uno dei confini con il Tibet . Il Nepal è un piccolo stato, con circa 30 milioni di abitanti, incastonato ai piedi della gigantesca catena himalayana che ogni anno cresce di qualche centimetro perché spinta dalla placca indiana, generando spesso piccoli e grandi terremoti come quello devastante accaduto nel 2015, per il quale ancora oggi i nepalesi pagano le conseguenze.

Questo piccolo “regno”, tra la terra e il cielo, è intriso di misticismo e spiritualità, ovunque si trovano templi piccoli o grandi dove in ogni momento qualcuno prega e fa offerte. Guardando le alte cime della sue montagne, otto delle quali oltre gli 8.000 metri di altitudine, sembra di poter toccare e comunicare con l’Infinito,  infatti per i nepalesi gran parte delle vette rappresentano divinità da rispettare e omaggiare. Ma alle volte queste divinità diventano terribili e senza pietà.

La foto accanto descrive con chiarezza quello che è accaduto il 26 agosto alle 8.37, orario nepalese: un ghiacciaio di 10 milioni di metri cubi di ghiaccio e detriti (l’insieme del volume delle più grandi chiese e torri italiane è inferiore a 1 milione di metri cubi) si è staccato da una montagna, il Langtang Lirung, ad un’altezza di 5.200 metri per poi precipitare a una velocità folle, per 1.000 metri, nel fiume sottostante provocando onde alte anche più di 10 metri che lungo la loro corsa verso il fondovalle hanno spazzato via tutto: ponti, case, scuole e persone, migliaia di persone. 

Per circa 100 km tutto quello che si trovava a 100 metri dalle rive ora non esiste più. Oggi, a poco più di un mese dall’alluvione sembra che sotto il fango ci siano circa 6.000 persone, mentre i morti accertati sono 1.400.

Nelle prime ore successive all’evento ero in giro per Kathmandu e quello che si diceva tra la gente era che un terremoto avesse causato delle inondazioni ma non se ne capiva la gravità,  poi lentamente le dimensioni immani sono emerse e il Nepal si è attivato.

Un amico nepalese Phuntsok, ex monaco sempre ispirato da un forte senso di compassione per gli altri, è partito il giorno successivo con la sua moto per tentare di raggiungere la zona del disastro e capire quali fossero le azioni alla sua portata da agire immediatamente. 

Man mano che saliva, con grande difficoltà su una strada a brandelli, lo scenario diventava sempre più apocalittico: tutto era scomparso sotto il fiume infuriato, sopra il fango restavano alcuni grandi edifici che avevo retto mentre tutta la vita che brulicava intorno al fiume era sparita!

Quando era possibile ci sentivamo al telefono e lo sentivo disperato, andava ovunque fosse possibile per aiutare in qualsiasi modo. Prontamente ha acquistato un telefono satellitare per mettere in contatto i sopravvissuti con i famigliari lontani, ha raggiunto villaggi isolati per vedere quali fossero le necessità urgenti, ha fatto foto e video da inviare a privati e associazione per raccogliere fondi indispensabili per acquistar beni di prima necessità da distribuire al più presto.

Dopo qualche giorno è ritornato per organizzare gli aiuti ed era sconvolto. Mi ha riferito, spesso non trovando le parole, che sotto le tende in una confusione totale, fra famigliari che si cercavano e soccorritori che correvano, si trovavano decine di bambini disperati senza i genitori che probabilmente non avrebbero più incontrato (le stime parlano di almeno 550 orfani), che molte persone non raggiungibili dai soccorsi a causa della distruzione dei ponti e delle strade iniziavano a soffrire la fame mentre i corpi ritrovati senza vita venivano seppelliti o cremati perché l’odore di putrefazione era insopportabile.

Mi ha riferito fatti e sofferenze incredibili per chi come me era lontano, reali e con conseguenze drammatiche per chi era la senza più nulla, nemmeno i documenti per testimoniare chi fossero. Bisognava muoversi subito, acquistare le cose essenziali e trasportarle dove sarebbe stato possibile distribuirle. 

Grazie a delle piccole donazioni ricevute da alcuni privati abbiamo potuto acquistare al mercato riso, lenticchie, zucchero, olio e altro cibo con cui abbiamo riempito una jeep che è partita all’alba. Purtroppo non siamo riusciti a comperare per mancanza di denaro le lampade solari, piccole stufe in metallo per cucinare e coperte. Tutte cose indispensabili anche per l’avanzare dell’autunno.

Qualche giorno dopo sono partita per l’Italia con il dispiacere di lasciare Phuntsok a gestire con pochi sostegni le innumerevoli richieste, pur sapendo che i suoi interventi sarebbero stati efficaci e mirati. Prima di partire mi ha detto: ” questi sono giorni in cui devi essere felice perchè hai contribuito a rendere meno infelici altre persone..” e aveva ragione : ascoltandomi sentivo un benessere interiore che da tempo non provavo.

Oggi, a distanza di più di un mese, com’è la situazione?

Il mondo si è mosso e gli aiuti, anche se spesso mal distribuiti stanno arrivando. La maggioranza delle persone vive sotto le tende o nei centri di accoglienza, molti stanno andando verso la capitale. 

Il mio amico, che continua ad andare avanti e indietro, mi dice che una delle urgenze attuali è quella di raggiungere le famiglie rimaste nei villaggi lontani dai centri, dare loro beni primari e la possibilità di iniziare a ricostruire il loro futuro a partire dalla terra. Phuntsok crede che sia fondamentale rendere i villaggi autosufficienti, capaci di produrre da soli i generi primari per non dipendere dagli altri, in caso di altre calamità e non solo.

Quindi per permettere a queste famiglie di affittare terreni nei quali piantare i prodotti essenziali alla sopravvivenza, per fornire strumenti per la ricostruzione e per continuare a supportare con generi di prima necessità , Phuntsok e alcune piccole associazioni stanno, con un forte spirito altruistico, raccogliendo del denaro. Dopo il dolore piano piano sta arrivando il momento di mettere semi per la rinascita. Se qualcuno volesse aiutare a far ricrescere questa fragile nuova vita può donare al GSM.

Seguiranno ulteriori informazioni.

Grazie

Per coloro che volessero sotenere l’emergenza donando, ecco il nostro iban: ogni centesimo che ci arriverà lo invieremo a sostegno della causa umanitaria Nepalese:

IT14Q0200860755000041324040

Intestato a: Gruppo Sociale e Missionario San Giorgio di Poleo Onlus presso Unicredit:

Causale: Alluvione Nepal 26 agosto 2026

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Con affetto


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